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I rapporti tra OdV ex D.Lgs.231/2001 e Responsabile per la Prevenzione della Corruzione ex L.190/2012 nelle società a partecipazione pubblica

Il succedersi di provvedimenti volti alla prevenzione dei reati e la nascita di organismi a ciò preposti nell’ambito della società a partecipazione pubblica,  hanno fatto emergere la necessità di un necessario coordinamento tra gli stessi.

 

Molte società avevano provveduto al recepimento del D.Lgs. 231/2001 mediante la redazione del Modello di Organizzazione e Gestione (MOG), la nomina di un Organismo di Vigilanza (OdV) e  la definizione di un regolamento delle sanzioni in modo da poter ottenere la cosiddetta esimente in caso di reati compiuti dolosamente  da proprie figure apicali o da figure ad esse sottoposte. Questa adozione era avvenuta con un certo ritardo dato che in primo tempo si era ritenuto che queste società fossero sottratte a questa disciplina.
La legge 190/2012, giustamente introdotta per cercare di arginare, purtroppo senza benefici ancora evidenti, i fenomeni corruttivi all’interno del settore pubblico, è stata applicata anche alle società pubbliche, dando luogo alla redazione di Piani Triennali per la Prevenzione della Corruzione (PTPC) e alla nomina di un Responsabile per la Prevenzione della Corruzione (RPPC). Tutto ciò è avvenuto senza tenere conto della difficoltà di applicare a società di diritto privato, per quanto in ambito pubblico, una normativa pensata per la Pubblica Amministrazione e senza  un coordinamento tra l’ente controllante e la società e quindi tra il RPPC dell’ente e quello della società, con la conseguenza di un certo isolamento reciproco. Società anche di piccole e medie dimensioni, senza troppe posizioni dirigenziali, hanno inoltre avuto difficoltà ad attribuire i vari compiti di responsabilità derivanti da questa legge e dal D.Lgs. 33/2013, che ha richiesto la realizzazione del Piano Triennale per la Trasparenza (PTPT) e nomina di un Responsabile per la Trasparenza (RPT).    
 La normativa e le circolari e le note, prima della CIVIT e poi dell’ANAC. hanno stabilito una serie di relazioni tra Modello e PTPC che hanno inciso sulle modalità di comportamento degli OdV e richiesto una attività interpretazione prima e di coordinamento e di collaborazione poi con le altre figure aziendali chiamate al suo adempimento, all’interno di un quadro normativo che, come rilevato dalla stessa ANAC, è “particolarmente complesso, non coordinato, fonte di incertezze interpretative” aumentando la complessità dell’azione dell’OdV.
Il Piano Nazionale Anticorruzione (PNA) elaborato in base alla legge 190/2012  aveva stabilito che, per le società che avevano adottato il MOG, le misure anticorruzione potessero essere adottate anche estendendo l’ambito di applicazione dei MOG ai sensi del D.Lgs. 231/2001 non solo ai reati contro la pubblica amministrazione previsti da quest’ultimo ma “anche a tutti quelli considerati nella legge n. 190 del 2012, dal lato attivo e passivo, anche in relazione al tipo di attività svolto dall’ente (società strumentali/società di interesse generale)”.
Tali parti dei modelli di organizzazione e gestione, integrate ai sensi della Legge n. 190/2012 dovevano essere trasmesse alle amministrazioni pubbliche vigilanti ed essere pubblicate sul sito istituzionale dell’ANAC.
Ma è evidente che un MOG all’interno del quale è contenuto il PTPC non ha tardato a creare problemi di varia natura. Essendo il PTPC di durata triennale ne conseguiva che anche il MOG aveva una validità triennale? Il MOG aggiornato alla legge 190/2012 prendeva il posto del PTPC senza alcuna distinzione tra i due documenti di modo che ciò che doveva essere introdotto nel PTPC  finiva per dover essere introdotto nel MOG; creando problemi tra l’OdV e il RPPC, in sintesi di chi avrebbe dovuto essere la competenza sul MOG aggiornato ai dettami della legge 190/2012?  Per questo in alcune società si è preferito dare avvio alla realizzazione di PTPC separati e autonomi dal MOG, con seguente attività di analisi dei rischi, interviste, redazione di documenti. Tale attività è stata completata successivamente con la realizzazione di Codici di Comportamento dei Dipendenti Pubblici che sono stati affiancati ai Codici Etici già presenti in questi enti.
La chiarezza ha avuto come conseguenza l’adozione di un MOG  e di un PTPC, di un Codice  Etico accanto a un Codice di Comportamento dei Dipendenti, e la nomina di un OdV e di un RPPC, senza però risolvere il rischio di conflitti potenziali, tra le varie figure.
Questi conflitti da potenziali divengono evidenti nel caso di una segnalazione di un potenziale reato. Se all’OdV viene segnalato un potenziale reato di corruzione di chi è la competenza a indagare su tale reato? Dell’OdV o dell’RPPC? La risposta potrebbe sembrare banale: in primo luogo occorrerebbe capire se il reato sia stato commesso a vantaggio o a danno o dell’ente attribuendo la competenza all’OdV nel primo e all’RPPC nel secondo caso, ma sembra perlomeno difficile poter già stabilire la competenza in base ad una conclusione che arriverà invece alla fine dell’istruttoria. Ma se il segnalante invece avesse voluto proprio scegliere a chi effettuare la segnalazione, sarebbe giusto che chi l’ha ricevuta si spogliasse degli obblighi di indagine che ne conseguono?
Tra le soluzioni considerate c’è quella che propone che OdV e RPPC valutino assieme di chi sia la competenza. Ma anche questa soluzione non sembra priva di problemi. Se i due organismi non fossero d’accordo, come si deciderebbe?  Ciò implicherebbe che il coordinamento dei due organismi disponesse di un proprio regolamento per decidere ma francamente mi sembra che così si finirebbe per complicare ulteriormente le cose. Del resto se la segnalazione del whistleblowing fosse palese, siamo sicuri che informare l’altro organo non costituisca una violazione delle norme fiduciarie che stabiliscono la riservatezza e l’anonimato del segnalante?
A chi scrive  sembra che la soluzione migliore sia che l’organismo che ha ricevuto la segnalazione effettui la sua indagine e solo al termine della stessa riferisca all’altro organismo quale sarà stata la sua conclusione. Dopo questa l’altro organismo potrà condividere la conclusione raggiunta oppure optare per una riapertura dell’indagine. Questa  seconda  eventualità sarebbe non indolore e gravida di conseguenze ma ritengo che essa potrebbe essere resa meno probabile dall’affinamento di vedute tra i due organismi che sarà stato possibile raggiungere nel corso del tempo. Per questo ritengo che la soluzione consista in un coordinamento informale ma continuo tra i due organismi in modo che  le reciproche valutazioni sull’azienda, sul clima e sulla cultura aziendale, possano maturare  in un ambiente sereno e di reciproca fiducia.