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I protocolli di legalità: un’altra vittima del caso Expo

C’è un’altra vittima del caso Expo: i protocolli di legalità. Expo 2015 aveva sottoscritto il 13 febbraio del 2012, con la Prefettura di Milano, il protocollo di legalità a cui avevano aderito anche Assimpredil, Asssolombarda e le Organizzazioni Sindacali.

Come sappiamo oggi dai resoconti delle indagini apparse sulla stampa, questo solenne impegno, non ha impedito il verificarsi dei casi di corruzione, su cui la magistratura sta ancora indagando, ma che sono stati ammessi da parte degli indagati.
Al di là di quelle che saranno le conclusioni dell’inchiesta giudiziaria, una non meno importante può essere già tratta: il protocollo di legalità è inadeguato a contrastare i fenomeni di corruzione, operati da imprese, nei confronti dei pubblici ufficiali delle stazioni appaltanti al  fine di accaparrarsi in modo illegale una quota degli appalti.
Il protocollo di legalità è stato concepito come uno strumento per contrastare il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nei territori. Pertanto non è stato pensato per contrastare i crimini di corruzione di cui, imprenditori non mafiosi ma non per questo meno criminali, si sono resi responsabili con l’appoggio di funzionari pubblici corrotti.
Un ripensamento sui protocolli si rende necessario. L’enfasi sul rischio di infiltrazioni mafiose e ndranghetistiche ha appannato l’attenzione sulla criminalità comune eppure dovrebbe essere chiaro che la prime possono realizzarsi solo se c’è un ambiente corrotto che non reagisce alle loro pressioni.   Se non esiste un’azione anticorruzione efficace che provveda a creare un ambiente salubre dal punto di vista della legalità si sarà creato solo un inutile paravento dietro cui si potranno nascondere quelli che prosperano attraverso gli affari illeciti.